Marco Cingolani come Andreotti: Artisti non lamentatevi, godetevi il vostro benessere. Meritato o immeritato che sia.
In questa intervista scopriamo una verità sorprendente: Marco Cingolani veste i panni di Andreotti e richiama gli artisti all'ordine: Basta lamentarsi e godetevi il benessere. Di Vincenzo Profeta
In un Paese che si vanta dei suoi capolavori e ci ha creato un’industria turistica – a mio avviso, abbastanza da pezzenti all’ultimo stadio dell’occidente, ma sono opinioni personali – e che tratta gli artisti viventi come articoli da saldo, bene che vada gente da 104, gli artisti visivi oggi, per risposta, disertano i social. Al massimo li vedi postare una foto, fanno finta di non esserci. Fare il distaccato dai social è la nuova moda, quando quello che predichi tu, Marco, è un artista a metà tra predicatore e vero e proprio influencer: non si vendono solo opere, si vende anche se stessi. Affidarsi al “sistema” e giurare che il sistema non esista, salvo poi sgomitare per entrarci, e leggere il power 100 de il Giornale dell’arte:dai che manco i vecchi se lo leggono. Marco, ma tu che sei un osservatore disincantato,la gente vuole risposte senza sconti, a raffica, su tutto; io direi anche sulla vita. Ma procediamo con le rivelazioni: da voce sospirata al cellulare SIP degli anni Settanta, dei servizi segreti.
Allora, com’è la situazione? Musei che addormentano, ammorbando con artisti finti “impegnati”; accademie che illudono con proposte formative velleitarie, che non parlano mai di economia; e professori tromboni che non sanno nemmeno loro come vivere con questo lavoro – anzi, glissano sempre.
Eppure tu ci parli di reputazioni che valgono più del denaro e di carriere costruite a colpi di articoletti e furbate acchiappa-pensionati, ultimi custodi del vero ceto medio.
Ne esce un ritratto caustico, reale e un po’ patetico dell’arte italiana: tra discount dei talenti e illusioni di grandezza, dove il confine tra storia dell’arte e mercato assomiglia più a una commedia che a una tecnica di marketing politico, ti snocciolo altre domandine: facci godere.
Marco: Dopo l’uscita dell’intervista ho ricevuto alcune domande e considerazioni: La più bella stata di un amico gallerista che mi ha scritto: L’ho letto con piacere, hai sempre una visione molto lucida. Leggendo mi è venuto un dubbio, sono un “beautiful loser” ? Io gli ho risposto con una canzone dei Velvet Underground: I’ll be your mirror… Ecco, ciascuno può rispecchiarsi, e vedersi trovandosi bello o brutto, anche tu.
Vincenzo: Marco, ma io mi annoio alle mostre di oggi ed appena entro in un museo medievale godo. Non è così? Neghi l’evidenza?
Marco: Evidenza? Tu prendi per evidente la visione dell’artista italiano male in arnese, ma non è la verità, è solo quello che il tuo specchio riflette. E’ il tuo riflesso.
Vincenzo: Quindi non pensi che l’arte italiana sia messa malissimo?
Marco: Per me la storia dell’arte è un abbaglio, esiste solo la storia degli artisti. La loro vita: luoghi, incontri, relazioni e manufatti. Sono gli artisti, nel loro milieu, a generare estetica. Quindi è di loro che dovremmo parlare, degli artisti e non dell’arte che è un fenomeno psichico, legato a sentimenti ed emozioni spesso imbarazzanti. Quindi è degli artisti italiani che bisogna parlare.
Vincenzo: E quindi cosa dovrebbe fare gli artisti?
Marco: Tu sai dove è morto Lorenzo Lotto? Bene: in un monastero a Loreto. Si era fatto frate per mettere insieme il pranzo con la cena. Tiziano, Veronese e Tintoretto si prendevano a Venezia tutto il piatto, quindi ha cercato magra fortuna altrove. Artista sublime, il Lotto, ma contro quei tre “Impresari” non aveva scampo. Tra l’altro erano più bravi in tutto e si conoscono anche le loro tecniche di marketing.
Vincenzo: La gente vuole risposte senza sconti, a raffica, su tutto; io direi anche sulla vita e tu rimani nel vago.
Marco: Non sono vago, preciso la questione: il problema non è il sistema, ma sei tu: la gente, lo studente, l’artista vecchio o giovane è il problema. Vedi, attualmente l’attenzione verso l’artista è massima, totale: mostre ovunque, residenze per tutti, premi a pioggia, gallerie e spazi no profit/run space/temporary space. Riviste moltiplicate e i sociale sempre a disposizione. Per non parlare di curatrici, art advisor e collezionisti che vengono a prenderti ormai alla scuola media: fiere d’arte che ti regalano lo spazio purché tu esponga i giovani. Insomma l’Italia è il paese di bengodi per artisti era similia. Quindi approfittatene e non lamentatevi.
Vincenzo: Chi decide chi conta? Dipende dall’artista, da quanto ci crede ed è convinto, o dallo sconto che fai? Perché l’Italia, regno dei capolavori, è diventata il discount dei talenti?
Marco: Ribadisco, mai come in questo decennio il sistema arte è stato accessibile, inclusivo e redistributivo. In tutta la penisola migliaia di artisti di ogni età hanno accesso all’arte di cittadinanza, la versione cool della pro Loco: non si tratta solo di spazi espositivi, ma anche di soldi distribuiti per progetti o direttamente sul conto: solo dall’Italian Council sono due milioni. Trent’anni fa nessun museo, oggi invece sono ovunque assieme a fondazioni e beneficenze varie: borse di studio, dottorati. Se non ti basta tutto questo e vorresti di più potresti non averlo mai. Ricordati che nel mondo, quindi anche nell’arte, vince il principio di Pareto: il 20% influenza il restante 80%.
Vincenzo: Quindi il sistema che premia pochi è quindi meritocratico?
Marco: Sicuramente la legge di potenza non lascia scampo, sia in economia che nell’arte: partono in molti, ma sopravvivono pochissimi. I sopravvissuti di ogni generazione artistica, anche la più popolare come la YBA, si contano sulle dita delle mani, i migliori raramente arrivano a cinque. E’ inevitabile e solo i più bravi ci riescono. E si meritano tutto il successo che hanno, anche perché è figlio di impegno totale e di grandi rinunce.
Vincenzo: Ma quindi il contesto non riesce ad aiutarti?
Marco: Il contesto è fondamentale. Ti dicevo che l’unica cosa interessante è la vita dell’artista nel suo “milieu”, sociale e storico. Pensa che fino al 1995 l’Italia era la capitale dell’arte assieme a New York, qualche isolato di Londra, Colonia & Berlino, Parigi. Artisti e galleristi bravissimi, due critici di livello mondiale: nessun museo, nessuna residenza e una sola rivista d’arte influente. Livello altissimo, collezionisti diffusi ovunque. Ora, pur essendo diverso e complicato, ci sono gallerie importanti e solide che producono l’arte migliore e non lavorano in franchising. Fanno mercato primario e non un secondario mascherato.
Vincenzo: E come fai a scegliere le gallerie etc. etc.?
Marco: Per prima cosa guardi lo storico delle mostre che le definisce perfettamente. Quindi sarebbe interessante leggere la “visura camerale” delle gallerie per scoprire come stanno davvero messe: soprattutto non credere che all’estero siano messi meglio, anzi. Recentemente tutti gridano al ridimensionamento, al tonfo, ed escono articoli lacrimosi su gallerie, ovviamente pompate dal contesto mediatico, che chiudono lasciando debiti. Ricordati che spesso il plauso delle riviste è il bacio della morte per gallerie ed artisti.
Vincenzo: Alcune persone mi hanno chiesto perché le grandi gallerie e le mostre più cool non presentano artisti italiani.
Marco: Sai, è una domanda malposta, perché in realtà molti artisti italiani sono importanti ed apprezzati nel mondo. E comunque ti rispondo: si fottano gli artisti che sono sedotti dagli elenchi di mostre e biennali e soffrono di non esserci. Ricordati dell’implacabile legge di potenza, implacabilmente il 90% di quell’elenco non sopravviverà al cambio generazionale. Vuoi farne parte anche tu? Insegui quel sistema dell’arte e sarai accontentato. Sparito.
Vincenzo: Quindi bisogna fare il contrario?
Marco: Non devi fare il contrario, devi fare diversamente. Devi costruire il tuo “milieu” all’interno del mondo dell’arte, con gioia, passione e audacia. Gagosian non è il sistema: ha inventato il suo ecosistema transoceanico. Zwirner lo ha copiato, ma in fin dei conti vuole ancora gli applausi del funzionariato intellettuale. Jeffrey Deitch ha fatto altro. Non ti devi opporre, devi fare altro. La casa editrice Postmedia di Gianni Romano è l’ottimo esempio della capacità di fare diversamente: siccome nessuno traduceva autori importati lui, Gianni Romano, anziché lamentarsi lo ha fatto rischiando soldi in proprio. I risultati lo premiano perché, anche se non è mai inserito nella classifica dei 100 più influenti, lui lo è veramente, influente, perché tutti gli studenti migliori studiano sui libri da lui pubblicati.
Vincenzo: Quindi vedi che il sistema non ti premia?
Marco: Si fotta il sistema: non esiste nemmeno. Esiste il mondo dell’arte abitato ed attraversato da tribù, piccoli club, piccole mafie, potentati e gite turistiche: splendori e miserie. Un luogo pieno di allegria e di benessere. Il mondo dell’arte è un pranzo di gala a cui devi essere invitato.
Vincenzo: Dai, non essere vago…
Marco: Non voglio far passare l’informazione che le gallerie non servono e bisogna fare da soli. Da soli mai, ma bisogna ribaltare la gerarchia: i galleristi sono i nostri complici, ma sono anche i nostri venditori, agenti di commercio, retailer, buyer. Le gallerie hanno il loro orgoglio e guai a dirgli che lavorano , in fin dei conti, per gli artisti perché non lo sopportano. In fin dei conti hanno le loro vanità, perché biasimarli. Un amico gallerista di grande prestigio si lamentava di quando gli artisti diventano più forti della galleria, ma la questione vera è non subire le incapacità dei galleristi che spesso sono strutturali: spesso sono incapaci di segnare a porta vuota. D’altrocanto ci sono galleristi non ferrati nel commercio, ma di grande spessore culturale con cui è ugualmente importante percorrere un percorso di vita: Luciano Inga-Pin era uno di questi, capace di leggere l’arte come pochi, ma non proprio bravo negli affari.
Vincenzo: Quindi bisogna sopperire in proprio alle mancanze dei galleristi o del sistema?
Marco: Bisogna aiutarli. Un giovane artista deve fare diversamente rispetto all’attuale sistema di “welfare artistico”: deve diventare il centro propulsore usando tutte le leve, esattamente come succedeva nell’arte classica quando l’artista era un imprenditore.
Vincenzo. Nomi? Nomi di artisti non ne fai mai.
Marco: Vedi, gli artisti più importanti hanno sempre una “fabbrica”, costruita da loro e non solo dalla galleria, ma che viaggia in sinergia. Kippenberger è stato a suo modo, disordinato ed anarchico, un rimpianto precursore: aveva addirittura un manager. Non farmi nominare l’ovvio, ma permettimi di sottolineare Peter Halley con la sua rivista “Index”, David Salle con il film “Search and destro”, Robert Longo con il suo “Jhonny Mnemonic” e Schnabel con i suoi bellissimi film, perché non solo hanno costruito l’arte migliore, ma si sono imposti come artisti totali. In Italia abbiamo la capacità di Mimmo Paladino di costruire una “bottega” di qualità ed ampiezza picassiana e di firmare alcuni film veramente particolari. Per gli artisti più giovani ci sono alcune spiccate individualità, ma ti faccio solo due nomi: Andrea Mastrovito perché ha una “factory” di medie dimensioni che lo porta ad essere davvero un esempio; quindi Luca Rossi che è riuscito a costruire un universo di concetti e di estetiche diverso e aggiornato.
Vincenzo:Quindi, per concludere, nonostante i segnali di crisi del mercato e l’apparente stagnazione culturale, ti sento propositivo, quasi contento.
Marco: Ti invito a leggere la “Favola delle api” di Mandeville e capirai che, per avere benessere, devi vivere in mezzo dalle contraddizioni e ai problemi.




